Presentazione e mostra a cura di Stefano Annibaletto
Se penso alla luce, immagino il primo giorno della Creazione, quando il Verbo la separa dalle tenebre rendendo possibile nominare gli esseri viventi e tutte le cose. La suggestione è altissima, inarrivabile, eppure spontaneamente connessa a ogni gesto che produce racconto, quale che sia il linguaggio. Così mi soffermo di fronte a questi lavori maturi di Francesco Stefanini, dove il baluginare tremulo, fermato prodigiosamente sulla tela in un attimo fugace, e poi in un altro e un altro ancora, nella luce trova non solo un senso ma un elemento costitutivo del mondo.
Sorprende che la partenza di questo racconto sia stata per lui una geometria quasi metafisica di interni, di oggetti, in un primato tutto toscano del disegno. Ma poi l’apparire su queste pareti di profili di rami frondosi, di foglie pure tremule ha idealmente traslato la rappresentazione da un piano fisico a un piano emotivo, quasi in un impressionismo che anticipava l’apparizione della luce attraverso la sua negazione: l’ombra. Vennero poi le candele, pretesto per un luminismo tutto tonale che si avvicinava alla tradizione veneziana. Si apriva la strada alla felice stagione dei grandi pastelli, negli anni 90, ispirati è vero dall’incontro con Piero Guccione, ma palpitanti di un personale, squisito, poetico virtuosismo.
Quelle luci si sono sparse infine sulla tavola o sulla tela come una manciata di diamanti gettati nel buio, o come scie di meteore che fuggono nel cielo ferragostano. Ed ecco, Stefanini ferma nei lavori di questi anni l’inquadratura della sua visione, ritrovando quelle foglie, quei rami che oggi non sono fuori dal quadro, ma si manifestano al contrario nel loro ruolo generativo, quello di danzare nel vento con la luce, facendosi sensualmente attraversare. Ha un nome, nella lingua giapponese, così preciso e insieme così denso: komorebi, raggi di sole tra le fronde...

